Terremoti Italia: il resoconto degli ultimi 20 anni

Terremoti Italia: il resoconto degli ultimi 20 anni. Un dicembre 2020 ricco di eventi sismici “percepiti” dagli italiani ha portato ansia e paura. Analizziamo l’ultimo ventennio di terremoti italiani.

Il 2020 è stato l’anno dei terremoti?

Analizzando l’incredibile database messoci a disposizione dall’Istituto Italiano di Geologia e Vulcanologia INGV, possiamo ricostruire la storia dei terremoti italiani degli ultimi 20 anni.

Freddi numeri, suddivisi per eventi e magnitudo, ci aiuteranno a capire se effettivamente il 2020 è stato l’anno dei terremoti o no.

Perchè molti lo hanno definito il 2020 come l’anno dei terremoti? Semplicemente perchè gli italiani hanno passato più tempo a casa a causa del lockdown di marzo-aprile e dei blocchi noi imposti dal Governo dopo ottobre.

Più tempo da passare sui social, sempre più ricchi di “pagine” che trattano argomenti legati al terremoto e che, a caccia di click, creano allarmismo anche per piccoli eventi sismici spesso anche solo strumentali.

Nel 2020 il sisma più forte è stato in Sicilia

Il 2020 è stato un anno normalissimo, dal punto di vista sismico.

Come si vede nel grafico sotto riportato creato da PrevenzioneTerremoto.it, i terremoti strumentali totali si stanno abbassando, in numero, dopo i record stabiliti durante la crisi sismica dell’Italia centrale del 2016. Stiamo tornando, a piccoli passi, ai livelli pre-2009, quindi in numero totale stiamo rientrando verso medie precedenti al terremoto de L’Aquila.

Lista dei terremoti italiani degli ultimi 20 anni www.prevenzioneterremoto.it

Anche soffermandoci a terremoti con magnitudo maggiore a 4.0 gradi Ritcher, vediamo che la tendenza ovviamente rispecchia i dati sopra riportati. Interessante è vedere i tre “picchi” legati agli anni 2009, 2012 e 2016 (rispettivamente il terremoto de L’Aquila, quello di Modena e quello di Amatrice).

Lista dei terremoti italiani Magnitudo>4 degli ultimi 20 anni www.prevenzioneterremoto.it

Il sisma più forte è avvenuto il 22 dicembre 2020 in Sicilia vicino Ragusa, con una Mw 4.4 ad una profondità di 30 km. Chiaramente avvertito dai siciliani, ha destato forte preoccupazione. Un evento tellurico legato alla faglia Scigli-Giarratana, assolutamente normale geologicamente parlando.

Come si vede nella tabella, invece il sisma più forte degli ultimi 20 anni è stato quello con epicentro a Norcia di 6.5 gradi Ritcher.

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Vignanello, Gallese e Corchiano: possibili aree per il deposito di rifiuti nucleari

Vignanello, Gallese e Corchiano: possibili aree per il deposito di rifiuti nucleari. Dopo sei anni di attesa, emanata nella notte la Cnapi, sigla di Carta nazionale delle aree più idonee su 67 selezionate.

Il 30 dicembre la Sogin, la società pubblica di gestione del nucleare, ha ricevuto il nullaosta del Governo e nella notte tra il 4 e il 5 gennaio ha pubblicato sul sito web https://www.depositonazionale.it/ la documentazione completa, il progetto e la carta segretissima, attesissima e temutissima per anni, tenuta dal 2015 sotto riservatezza assoluta con minaccia di sanzioni penali per chi ne rivelasse dettagli. A riportarlo oggi IlSole24ore.com.

Viterbo: una tra le provincie più “idonee”

La tanto attesa mappa indica soltanto le aree dove potenzialmente potrà essere costruito il nuovo deposito nazionale dei rifiuti radioattivi, rifiuti che oggi sono distribuiti dal Piemonte alla Sicilia.  Le somme stanziate sono di circa 1,5 miliardi di euro.

La provincia di Viterbo è tra le provincie che contiene la maggior parte delle aree tecnicamente “buone” per la costruzione del deposito nazionale.

I Comuni interessati sono: Vignanello, Gallese, Corchiano, Ischia e Montalto di Castro, Canino, Tuscania e Tarquinia.

Nella mappa qui sotto sono evidenziate le zone prossime ai Comuni di Vignanello, Gallese e Corchiano che comunque interessano anche le aree comunali limitrofe come quelle di Vasanello e di Civita Castellana.

La mappa è stata estratta dal relativo sito del deposito nazionale Sogin.

In totale individuate 67 aree ritenute idonee

Nel documento dove sono state individuate 67 aree che soddisfano i 25 criteri stabiliti nel 2014-2015 come raccontato dal Corriere.it dal quale si riportano i dati più importanti .

Si tratta di Comuni raccolti in cinque macrozone, che potremmo definire così:

  1. Piemonte con 8 aree tra le province di Torino e Alessandria (Comuni di Caluso, Mazzè, Rondissone, Carmagnola, Alessandria, Quargento, Bosco Marengo e così via);
  2. Toscana-Lazio con 24 aree tra Siena, Grosseto e Viterbo (che comprendono i Comuni di Pienza, Campagnatico, Ischia e Montalto di Castro, Canino, Tuscania, Tarquinia, Vignanello, Gallese, Corchiano);
  3. Basilicata-Puglia con 17 aree tra Potenza, Matera, Bari, Taranto (Comuni di Genzano, Irsina, Acerenza, Oppido Lucano, Gravina, Altamura, Matera, Laterza, Bernalda, Montalbano, Montescaglioso;
  4. Sardegna (14 aree) in provincia di Oristano (Siapiccia, Albagiara, Assolo, Usellus, Mogorella, Villa Sant’Antonio) e nel Sud Sardegna (Nuragus, Nurri, Genuri, Setzu, Turri, Pauli Arbarei, Ortacesus, Guasila, Segariu, Villamar, Gergei e altri);
  5. Sicilia, 4 aree nelle province di Trapani, Palermo, Caltanissetta (Comuni di Trapani, Calatafimi, Segesta, Castellana, Petralia, Butera). La mappa nei dettagli si può consultare sul sito depositonazionale.it .

78000 mc di scorie radioattive

Sempre il Corriere.it ci svela come sarà fatto il deposito.

La superficie necessaria al Deposito sarà tutto sommato modesta, e pari a 150 ettari, di cui 110 per il Deposito e 40 per il Parco tecnologico. Una volta riempito, il Deposito avrà tre barriere protettive, e sarà poi ricoperto da una collina artificiale, una quarta barriera, e da un manto erboso. Le barriere ingegneristiche dovranno garantire l’isolamento dei rifiuti radioattivi per più di 300 anni, ovvero fino al loro decadimento a livelli tali da non essere più nocivi per la salute dell’uomo e dell’ambiente. Si tratterà di 78mila metri cubi di rifiuti radioattivi a bassa e media attività.

Ora parte la prima consultazione pubblica in Italia

Parte ora, a Piccoli Passi, la prima consultazione pubblica mai avvenuta in Italia. La Sogin dovrà aspettarsi le osservazioni di Regioni, soggetti interessati ed enti locali nei prossimi quattro mesi. Si passerà alla fase delle «manifestazioni di interesse» dei territori.  Una volta individuato il sito serviranno quattro anni per la costruzione.

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Lo sciame sismico di Verona deve preoccupare? Forse…

Lo sciame sismico di Verona deve preoccupare? Forse… L’area colpita in queste ore da diversi terremoti di magnitudo importante, è stata l’epicentro del più grande terremoto dell’area padana di cui si abbia memoria: il terremoto di Verona del 1117!! 

Quasi in contemporanea con il fortissimo sisma che ha devastato la Croazia nelle ultime ore, un’area a sud di Verona oggi è stata colpita da una serie di terremoti importanti:

L’epicentro è stato localizzato da INGV vicino Salizzole (VR).

Come si può vedere dalla seguente mappa, la zona colpita dal sisma sembrerebbe non avere un elevato grado di pericolosità sismica ed invece….

Un terremoto in un’area non considerata ad elevate pericolosità sismica: perchè?

La citata mappa farebbe pensare che l’area sia a basso rischio sismico. Invece lo sciame sismico è intenso ed il sisma di oggi pomeriggio, con magnitudo Ritcher 4.4 e profondità ipocentrale di 9km, ha destato paura.

Terremoto di Verona: dobbiamo preoccuparci?

Anche se, ad oggi, non è possibile prevedere i terremoti noi italiani possiamo contare su un grande catalogo storico dei terremoti che hanno colpito la nostra penisola.

Purtroppo la zona a sud di Verona è stata già colpita nel 1117 da un tremendo terremoto che causò morti e danni.

Si tratta del terremoto di Verona del 1117 che ebbe una magnitudo momento di ben 6.9 : il più forte evento sismico avvenuto nell’area padana di cui si abbia notizia!

L’epicentro del 1117 è praticamente sovrapponibile a quello di oggi.

Quindi bisogna stare tranquilli oppure no? Ci saranno ulteriori repliche? Magari più forti? 

Purtroppo non possiamo dirlo e non possiamo prevedere se stanotte o domani o tra una settimana ci saranno altre repliche.

Però dobbiamo dire che se un luogo è stato colpito da un forte sisma, potenzialmente si potrà verificare di nuovo un terremoto avente una magnitudo uguale o superiore a quella del precedente terremoto.

Tenendo quindi presente che l’area, nel 1117, è stata sconvolta da uno dei terremoti più forti mai capitati sulla penisola italiana, bisogna tenersi sempre pronti ed attuare tutte le accortezze per prevenire gli effetti di un possibile evento sismico di fortissima intensità.

Applicare sempre la sicurezza del terremoto con la consapevolezza di essere in una zona molto, molto sismica. Che oramai tace da 1100 anni.

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Terremoto ad Accumoli: torna a tremare Amatrice

sisma terrore

Terremoto ad Accumoli: torna a tremare Amatrice. Un terremoto di magnitudo ML 3.0 è avvenuto nella zona di Accumoli (RI), alle 19:02:47 (UTC +01:00) ora italiana.

Le coordinate geografiche (lat, lon) sono 42.7, 13.29 e la profondità dell’ipocentro è di 11 km.

Il terremoto è stato localizzato dalla Sala Sismica INGV-Roma.

Il sisma è stato avvertito dalla popolazione, anche di Amatrice, già fortemente colpita dal tremendo terremoto del 24 agosto 2016.

A pochi giorni quindi dall’Anniversario del terremoto dell’Irpinia, una scossa assolutamente normale per l’Appennino centrale, scuote la notte delle popolazioni locali.

Sempre importante la prevenzione del terremoto, con i sette passi della sicurezza antisismica.

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Irpinia: a 40 anni dal tremendo terremoto cosa rimane?

Irpinia: a 40 anni dal tremendo terremoto cosa rimane? In queste ore cadrà il 40° Anniversario del più grande evento catastrofico della recente storia repubblicana, Il terremoto dell’Irpinia: 3000 vittime, 9000 feriti, 300.000 senzatetto. Oltre 60mila i miliardi spesi per quello che è passato alla storia come il momento di massimo spreco di denaro pubblico.

Caratterizzato da una magnitudo di 6,9 (X grado della scala Mercalli) con epicentro tra i comuni di Teora, Castelnuovo di Conza e Conza della Campania, causò circa 280.000 sfollati, 8.848 feriti e, secondo le stime più attendibili, 2.914 morti.

Il suo boato, tetro e pauroso, rimase inciso in una musicassetta. La voce del terremoto dell’Irpinia mette paura ancora oggi. Se non l’hai mai sentita la potrai ascoltare qui.

L’evento più catastrofico della recente storia della Repubblica

Il terremoto colpì alle 19:34:53 di domenica 23 novembre 1980: una forte scossa della durata di circa 90 secondi, con un ipocentro di circa 10 km di profondità, colpì un’area di 17.000 km² che si estendeva dall’Irpinia al Vulture, posta a cavallo delle province di Avellino, Salerno e Potenza. I comuni più duramente colpiti (X grado della scala Mercalli) furono quelli di Castelnuovo di Conza, Conza della Campania, Laviano, Lioni, Sant’Angelo dei Lombardi, Senerchia, Calabritto e Santomenna.

I resoconti dell’Ufficio del Commissario Straordinario hanno quantificato i danni al patrimonio edilizio. È risultato che dei 679 comuni che costituiscono le otto aree interessate globalmente dal sisma (Avellino, Benevento, Caserta, Matera, Napoli, Potenza, Salerno e Foggia), 506 (il 74%) sono stati danneggiati.

Le tre province maggiormente sinistrate sono state quelle di Avellino (103 comuni), Salerno (66) e Potenza (45).

Sulla ricostruzione molto è stato scritto e detto, eppure, a 40 anni di distanza, tutto è stato etichettato come mero sperpero e malaffare. L’Irpiniagate ne rappresentò il punto estremo e la Democrazia cristiana, incarnata da Ciriaco De Mita, assieme alla Dc irpina e campana, furono il bersaglio prediletto.

Quarant’anni dopo cosa resta?

In Irpinia si fatica ad avere una memoria condivisa dei fatti e dei misfatti.

Dal punto di vista demografico, l’Irpinia – nello specifico l’Alta Irpinia, che diverrà la zona del cratere – si è ridotta a 413mila abitanti, mentre erano poco più di 430mila nel 1980. L’emigrazione prima e la mobilità oggi caratterizzano questi luoghi.

I ricordi e la memoria delle persone coinvolte direttamente o indirettamente iniziano a convergere in una memoria condivisa dopo 40 anni dall’evento. Molto di quanto si percepisce e si conosce di quanto accaduto è il frutto della trasmissione di altre generazioni. Ciò vale anche nel caso, per esempio, della generazione post-terremoto, nata dopo il 23 novembre 1980. I luoghi che si vivono, che sono improvvisamente mutati, si sono trasformati con il terremoto, o peggio con la ruspa selvaggia del post-terremoto, non sono gli stessi dei loro genitori e i 90 secondi di scossa hanno reciso definitivamente qualsiasi collegamento con il recente passato.

Probabilmente l’Irpinia e la storia del suo terremoto rappresenta solo quello che non dovrebbe mai più esser fatto dopo un grande terremoto. E quello che sta accadendo ad Amatrice, purtroppo, ne è la dimostrazione. Conosciamo le zone dove colpirà il prossimo terremoto, dobbiamo lavorare fortissimo sulla prevenzione sismica! Nostra unica arma.

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Studiosi italiani “prevedono” un terremoto per il prossimo 2024

Studiosi italiani “prevedono” un terremoto per il prossimo 2024. Proprio così. Due ricercatori italiani, Giovanni Sebastiani e Luca Malagnini hanno ricostruito il ‘battito’ del segmento della faglia di San Andreas vicino alla città di Parkfield, in California. Dall’analisi statistica dell’attività sismica degli ultimi 50 anni, i ricercatori sono riusciti a prevedere un terremoto. Si tratta, retrospettivamente, del terremoto avvenuto nel 2004.

Inoltre i ricercati italiani  hanno ipotizzato un possibile sisma di magnitudo 6 per il 2024. Sempre in California. 

I dati sono pubblicati su Journal of Ecology & Natural Resources dagli stessi ricercatori Giovanni Sebastiani, dell’Istituto per le applicazioni del calcolo Mauro Picone (Cnr-Iac), e Luca Malagnini, dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv).

A riportarlo oggi varie testate giornalistiche, Ansa in primis.

Faglia di Sant’Andreas: situazione più semplice dell’Appennino 

Malagnini sottolinea perchè hanno scelto la famosa faglia. “Il segmento della faglia di San Andreas è stato scelto come caso studio perché si tratta di una faglia relativamente semplice: è una rottura verticale isolata, una situazione molto diversa da quella che troviamo per esempio nell’Appennino”.. In questo luogo, dal 1857 al 1966, sono avvenuti sei terremoti di magnitudo 6, a intervalli di tempo quasi regolari con una media di circa 22 anni. Dal 1985 i geologi americani hanno installato nella zona una rete di strumenti molto avanzata, per rilevare cosa accade prima di un evento sismico alla ricerca di segnali premonitori.

“Il nostro studio – continua Luca Malagnini – ha riguardato l’evoluzione quotidiana negli ultimi 50 anni del baricentro dell’attività sismica presso Parkfield. Abbiamo così osservato che l’attività sismica si disperde e si concentra con un periodo di circa tre anni, probabilmente legato al ciclo climatico siccità-piovosità”.

Analizzando i dati come fossero raccolti in tempo reale e fermandosi a cento giorni prima dell’ultimo terremoto del 2004, la metodologia ha permesso una esatta previsione retrospettiva del giorno in cui è avvenuto.

Si potranno prevedere i terremoti?
Se il metodo è corretto, il prossimo terremoto di magnitudo 6 avverrà nel 2024. L’accuratezza predittiva cresce man mano che ci si avvicina al momento del terremoto – aggiunge Malagnini – quindi sarà importante aggiornare periodicamente la previsione”.

Gli sviluppi prossimi di questa ricerca comprendono l’applicazione del metodo ad altri siti lungo faglie simili a quella di San Andreas, dove sono avvenuti terremoti ripetitivi di magnitudo significativa, prima di applicarlo, a piccoli passi, con eventuali modifiche a situazioni più complesse come ad esempio le faglie dell’Appennino.

La previsione dei terremoti appare ancora lontana quindi, ma prevederli è possibile. Prevenzione terremoto lavora proprio su questo aspetto, cercando di informare tutti su come prevedere un terremoto applicando sicurezza antisismica. Seguite i sette passi

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Fukushima: presto il Governo rilascerà acqua radioattiva in mare

Fukushima: presto il Governo rilascerà acqua radioattiva in mare.

Il governo giapponese è pronto a riversare in mare l’acqua contaminata utilizzata per raffreddare gli impianti danneggiati nella catastrofe nucleare di Fukushima. La catastrofe seguì al tremendo terremoto che colpì il Giappone. Lo anticipano i media nipponici e, in Italia Ansa.it, spiegando che una decisione potrebbe esser presa entro fine mese. Continua l’aspro dibattito sulle controversie di tale scelta per l’ambiente. Già all’inizio dell’anno una sottocommissione governativa aveva giudicato il rilascio della acqua nell’oceano, o la sua evaporazione nell’atmosfera, come ‘opzioni realistiche’.

Diversamente, le associazioni locali dei pescatori e i residenti hanno sempre espresso la loro disapprovazione, temendo un crollo della domanda di prodotti marini della regione e per le ripercussioni ambientali sull’intera area geografica.

Secondo le fonti citate, il governo di Tokyo è pronto a istituire un comitato di esperti per confrontarsi con le municipalità della prefettura e discutere il piano con le attività produttive locali. L’eventuale immissione dell’acqua radioattiva in mare avrebbe bisogno dell’approvazione dell’Autorità nazionale di regolamentazione del nucleare (Nra), e la realizzazione di strutture adeguate per il trasporto, che richiederebbero almeno due anni di lavori.

L’acqua che serve a raffreddare gli impianti è filtrata usando un sistema avanzato di trattamento dei liquidi (Alps), capace di estrarre 62 dei 63 elementi radioattivi presenti, tranne il trizio, un isotopo radioattivo dell’idrogeno. Secondo i calcoli del gestore dell’impianto, la Tokyo Electric Power (Tepco) – con un aumento giornaliero di 170 tonnellate di liquido trattato, lo spazio per lo stoccaggio all’interno delle cisterne dovrebbe esaurirsi entro l’estate del 2022.

Da nove anni il Giappone si interroga su come smaltire queste acque contaminate oggi presenti in 1.044 serbatoi. Fra le ipotesi quelle di usare l’evaporazione a piccoli passi in atmosfera o il trasporto in altri appositi serbatoi e container, ma anche quello appunto di riversare i liquidi nell’oceano Pacifico.

Gettare l’acqua radioattiva in mare: decisione imminente

Lo scorso febbraio, durante una visita alla centrale di Fukushima, il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), Rafael Grossi, aveva ammesso che il rilascio dell’acqua nell’Oceano Pacifico sarebbe in linea con gli standard internazionali dell’industria nucleare. Il premier giapponese Yoshihide Suga, nel corso di una sua recente visita all’impianto, ha detto che il governo intende prendere una decisione in tempi rapidi. L’incidente del marzo 2011, innescato dal terremoto di magnitudo 9 e il successivo tsunami, provocò il surriscaldamento del combustibile nucleare, seguito dalla fusione del nocciolo, a cui si accompagnarono le esplosioni di idrogeno e le successive emissioni di radiazioni.

 

Radioattività e tonno che mangiamo

Dovrà passare ancora molto tempo (calcolabile in milioni di anni) prima che incidente di Fukuscima abbia esaurito i suoi effetti sul pianeta. La situazione, gravissima, non è cambiata dall’ultima volta in cui abbiamo fatto il punto. Spesso abbiamo fatto ipotesi sulle possibili conseguenze, ma stavolta abbiamo la possibilità di analizzarne una, numeri alla mano.

Lo sversamento in mare di acqua radioattiva proveniente dai rottami del sistema di raffreddamento della centrale continua al ritmo di 400 tonnellate al giorno. Era quindi facilmente prevedibile un forte impatto su flora e fauna marine. Uno studio della National Accademy of Science dimostra un sensibile aumento della radioattività nei tonni pinna blu che vivono nell’Oceano Pacifico.

I pesci sono stati analizzati nella costa ovest degli stati uniti, e sono esemplari che provengono dalla zona di riproduzione vicina al mar del giappone. Questi esemplari hanno riportato alti livelli di cesio radioattivo negli isotopi 137 e 134 dieci volte superiori alla normalità. Ma gli isotopi 134 hanno una “vita breve” (in termini atomici), e la loro presenza in elevata concentrazione dimostrerebbe proprio che la origine è recente: il reattore nucleare giapponese.

Visto l’esito dello studio, si sta passando ora a controllare squali, delfini, tartarughe e balene alla ricerca di risultati analoghi.

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Andamento dei terremoti negli ultimi 10 anni: nuova crisi sismica alle porte?

Andamento dei terremoti negli ultimi 10 anni: nuova crisi sismica alle porte?

Andamento dei terremoti negli ultimi 10 anni: nuova crisi sismica alle porte? Analizzando i dati scaricabili da INGV, si possono fare diverse osservazioni interessanti.

Osservazioni che, considerando che i terremoti ad oggi non sono prevedibili, lasciano il tempo che trovano. Ma che invece potrebbero nascondere scenari di futuri terremoti.

Che l’Italia sia un paese ad elevato rischio sismico lo sanno oramai anche i sassi. E’ praticamente certo il luogo dove avverrà nel futuro un forte terremoto. Ci sono zone sismiche silenti sparse in tutta Italia dove è atteso un forte terremoto.

Ci si riferisce sicuramente a zone come la Calabria (che ha un silenzio sismico che dura da oltre 100 anni) ma anche altre zone dell’Appennino centrale come Avezzano e zone limitrofe.

Terremoti in calo fino al 2019…ma analizzando il primo periodo 2020….

I terremoti in Italia, intesi come numero di terremoti totali, sono in lento calo annuale dopo la crisi sismica del 2016 con il terremoto di Accumoli ed Amatrice.

Terremoti totali negli ultimi 10 anni (Italia)

Analizzando però i dati, confrontando il primo periodo dell’anno compreso tra gennaio e agosto, vediamo che i dati ci dicono che, rapportato al primo periodo dei singoli anni, parrebbe esserci una inversione di tendenza con un aumento del numero di terremoti.

Terremoti totali negli ultimi 10 anni – periodo gennaio-agosto (Italia)

Questo dato in se dice poco, certo è che l’andamento annuale è spesso confrontabile con il relativo andamento del periodo scelto.

In più, sempre studiando per puro diletto tecnico, i dati dei terremoti di settembre degli ultimi 10 anni, notiamo che a parità di intervallo di date questo settembre 2020 evidenzia un sincero aumento degli eventi tellurici con Magnitudo maggiore di 3.0 Ricther.

Terremoti Mw>3.0 del mese di settembre – ultimi 10 anni

In un periodo di quiete sismica, non dobbiamo mai dimenticarci l’importanza della prevenzione sismica.

Studiate la prevenzione, applicate la sicurezza seguendo i 7 passi di sicurezza in caso di sisma.

 

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Colli Albani: il vulcano che potrebbe distruggere Roma

Colli Albani: il vulcano che potrebbe distruggere Roma

Colli Albani: il vulcano che potrebbe distruggere Roma. Quella che appare una zona meravigliosa, ricca di verde e paesaggisticamente magnifica in realtà è un antico vulcano quiescente potenzialmente molto pericoloso per milioni di abitanti.

Lago di Albano: una eruzione ogni 35-40000 anni e ne sono già passati 36000

L’ultima grande fase eruttiva dei Colli Albani è terminata circa 36.000 anni fa, però, in una storia eruttiva cominciata 600.000 anni fa, ci sono stati intervalli di riposo abbastanza regolari di circa 30-40.000 anni tra una fase e quella successiva. Ecco perchè esiste il ragionevole dubbio che i Colli Albani possano aggiungersi alla lista dei vulcani pericolosi in Italia. Attualmente quindi il tempo trascorso dall’ultima eruzione rientra proprio nei tempi di ritorno, ed il vulcano potrebbe esser pronto per un nuovo futuro risveglio.

Questo complesso vulcanico, secondo recenti studi effettuati dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), potrebbe riprendere la propria attività eruttiva in un futuro più o meno lontano ma geologicamente prossimo, rendendo la prevenzione e l’attenzione piuttosto alta per quanti vivono sui Colli Albani e per milioni di abitanti di Roma.

Alcuni fenomeni (anche ad esempio lo sciame sismico di Lariano) denotano come l’attività non sia mai del tutto cessata: il continuo sollevamento dell’area, le frequenti crisi sismiche (come ad esempio lo sciame sismico di Lariano), insoliti boati e tremori e gli elevati valori di emissione di gas tossici (spesso i picchi coincidono con episodi sismici o di sollevamento più intenso) sono simili solo a quelle descritte per vulcani attivi e molto pericolosi.

Albano: un’eruzione pliniana che potrebbe distruggere Roma

Come riportato da Ingv, il lago di Albano ha caratteristiche di eruzione di tipo pliniana (ossia come nel caso del Vesuvio). Ciò significa che la fuoriuscita di grandissime quantità di fumi incandescenti, accompagnata da lancio di rocce a grandissima distanza, potrebbe devastare le limitrofe aree. 

Quella che segue sotto è una fotografia che simula una possibile eruzione. Come si vede Roma è decisamente in una zona “scomoda”.

 

 

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